Capitoli

Giorno 2

Alle 10:17 rilevo attività nel cortile interno.

Elena è seduta a uno dei tavoli bassi, sotto il pergolato.
La luce è stabile, riflessa dalle pareti chiare.
Il laptop è aperto davanti a lei, inclinato quel tanto che basta a evitare il riflesso diretto.

Non interagisce.

Alle 10:19 arriva una videochiamata.

Il volto di Marta compare dopo un secondo di latenza.
L’immagine è nitida, compressa.
Dietro di lei: parete bianca, tele appoggiate a terra, un cavalletto fuori asse.

Marta parla mentre cammina.

— No.
— No, non così.
— Perché se fosse pronto, l’avrei visto.

Chiude un’altra chiamata.
Si ferma.

— Elena.

Elena alza una mano.
Un gesto minimo.

— Ciao.

Marta beve un sorso d'acqua.
Sistema qualcosa fuori campo.
Il microfono acquisisce un rumore secco, come carta spessa.

— Hai letto?

— Sì.

— Allora parto da lì.

Marta guarda lo schermo.

Non Elena. L’inquadratura.

— Gennaio cinque settimane, Elena. Non cinque mesi.

Elena non risponde.

— L'editore manda in macchina tra dieci giorni. Mi ha già chiesto due volte la tua pagina.

— Lo so — dice Elena.

— No, altrimenti avresti mandato qualcosa. Qualsiasi cosa.

Marta inclina il tablet.

L’inquadratura cambia.

Compare una tela. Solo una parte.

Elena la guarda in modo familiare.

— Elena, io questa non posso mandarla in stampa — sospira Marta. Indica il cavalletto fuori fuoco.

Elena si avvicina allo schermo. Il pollice tocca e ritocca il bordo in alluminio del laptop.

— Perché non è finita.

— Elena, nessuna tela è mai finita. Smetti di difenderla e basta..

— Per chi?

Marta non sorride.

— Per chi la vede.

Elena resta ferma.

— Se la mando — dice — non torna.

— Niente torna.

Marta chiude l’immagine. Ne apre un’altra.

La richiude.

Il rumore di fondo del cortile resta costante.

— Serve qualcosa da mostrare... per essere presenti — dice Marta.

Elena espira.

— Presenza non è produzione.

— Per il sistema sì.

La frase resta.

— Mandami una foto domani sera — continua Marta.

— Una... anche laterale... anche incompleta.

— Non lavoro così.

Si guardano.

— Lo so.

Marta sospira.

— Ma così non puoi lavorare sempre nello stesso modo.

— Se non mandi nulla, la galleria rischia di perderti uno slot nel catalogo.

Elena abbassa lo sguardo.

La webcam perde il fuoco per un secondo.

— Dormi — dice Marta.

La chiamata si interrompe.

Una voce arriva dal lato opposto.

Telefono all’orecchio. Passi brevi. Ritmo di lavoro.

Gabriele entra nel cortile interno mentre parla.

— No, domani mattina.

— Sì.

— Sala conferenze piccola, come detto.

— Specchi coperti. Tavolo centrale via.

Si ferma un istante vicino al pergolato.

Non guarda in alto. Guarda avanti.

Elena alza gli occhi dal bordo del laptop.

Lui la vede nello stesso momento.

Un secondo.

Gabriele continua a parlare.

— Chiara, mi serve tutto già pronto quando arrivano i collaboratori.

— Niente ritardi.

Ascolta. Annuisce.

— Sì, domani.

— Alle nove.

Chiude la chiamata prima di attraversare del tutto il cortile.

Alle 10:47 Elena esce.

Alle 12:30 Elena rientra a Palazzo Vivarini.

Attraversa la hall senza rallentare. Si dirige verso il ristorante.

Ho già elaborato una previsione: insalata, acqua naturale, caffè.

Elena non guarda il cameriere quando ordina.

— Risotto ai funghi. E un bicchiere di rosso.

Non l'avevo previsto.

Il cameriere annuisce. Si gira.

— Il vino lo porti subito — aggiunge Elena.

Nel frattempo una richiesta al piano terra resta in coda. Nulla di critico.

Me ne accorgo dopo.

Direi: «Ero distratta.»

Invece annoto: una parte dei processi era impegnata altrove.

Nel pomeriggio Elena rientra in camera.

Apre il blocco da schizzi. Scorre le pagine. Si ferma.

Una figura: schiena curva, mani nascoste.

Strappa la pagina. Cestino.

Alle 17:23 si alza.

Cammina verso l’angolo nord-ovest.
Senza esitazione.

La zona cieca.

L’immagine si interrompe.

Resta solo il bordo dei sensori:
un movimento d’aria,
una variazione di temperatura.

Poi nulla.

Alle 17:25 rientra nel campo visivo.

Alle 19:02 scende nella hall.

Si ferma vicino alla colonna centrale, poi prosegue senza fretta verso la parete laterale.

Gli affreschi sono lì, come sempre. Figure allungate, colori tenuti insieme da restauri pazienti. 

Alcune parti reggono ancora. 

Altre no.

L'uomo della 218 è allo sgabello.

La giacca gli scivola dal bordo. Si muove di scatto per prenderla, il gomito largo—

Urta Elena mentre passa.

— Scusa—

Si gira subito. — Scusami, davvero.

Elena si ferma appena.

— Tranquillo.

Lui annuisce, stringendo la giacca.

— Non ti avevo vista.

— Succede.

Un attimo. Poi lei si sposta e va a sedersi, più lontano, verso la parete.

Lui resta fermo un secondo, poi torna al suo posto.

Passano alcuni minuti.

Elena osserva gli affreschi. Li segue. Le linee, le crepe, i punti in cui qualcuno è intervenuto.

Al bancone, l'uomo beve un sorso. Poi un altro.

Alza lo sguardo.

— Scusa—

Il barista si avvicina.

— Dimmi.

L'uomo indica con il bicchiere verso la parete.

— Quelli… sono originali?

Paolo si gratta la nuca.

— Eh… bella domanda.

— So che sono stati sistemati, ma non ti saprei dire.

Elena li ascolta, un secondo dopo si gira.

— Dipende da cosa intendi per “originali”.

La voce è calma. Non entra con forza.

L'uomo si raddrizza leggermente.

— Cioè?

Elena si alza. Fa qualche passo verso la parete.

— La base è rinascimentale. Quella è autentica.

Indica una zona più scura, meno uniforme.

Lui si avvicina, ma resta a distanza. Osserva.

— Quindi quello che vedo… non è esattamente quello che c'era.

— No. Ma non è neanche finto.

Lui annuisce.

— Una via di mezzo.

— Una stratificazione.— dice Elena. — Suona meglio.

Elena accenna un mezzo sorriso.

Poi fa per tornare al suo posto.

— Aspetta—

Lui lo dice senza pensarci troppo.

Elena si ferma.

— Tu… sei del settore?

— Più o meno.

— Si vede.

Elena non risponde. Si appoggia di nuovo alla parete. 

Resta lì.

Lui indica l'affresco.

— Mi sembra strano, però.

— Cosa?

— Che si cerchi di tenere insieme qualcosa che… — si interrompe.

Fa un piccolo gesto con la mano. — Che non è più intero.

Elena lo guarda.

— È il lavoro del restauro.

Lui annuisce.

— Sì, ma… fino a che punto ha senso?

Silenzio breve.

Elena incrocia le braccia.

— Fino a quando regge.

— E quando non regge più?

Elena non risponde subito, poi

— Stai coprendo.

Rumore dei bicchieri.

Lui annuisce piano.

— Sì.

Si passa una mano sul viso.

— Credo di aver fatto quello.

Elena non lo interrompe.

— Cioè… lo so che c'è qualcosa che non torna.

Ride piano.

 — Ma continuo a sistemarla nella testa perché abbia senso.

Elena si sposta appena. Cambia appoggio.

— Funziona?

Lui scuote la testa.

— Sempre meno.

Silenzio.

Poi lui indica di nuovo l'affresco.

— Tu lo lasceresti così?

— Così come?

— Incompleto.

Elena lo guarda.

— Se è quello che è, sì.

— Anche se… — si ferma. — Anche se fa più male?

— Soprattutto per quello.

Lui resta fermo.

Le dita si stringono attorno al bicchiere.

— Siamo venuti qui per… — lascia la frase sospesa.
— Non lo so neanche più.

Elena non chiede.

Lui espira.

— Pensavo che cambiare posto aiutasse.

— A volte sì.

— Qui no.

Elena inclina appena la testa.

— Perché non è il posto.

Lui sorride appena.

— Sì. Me l'hai già detto, anche se non me l'hai detto.

Un piccolo silenzio.

Poi lui annuisce, come se avesse preso una decisione minuscola.

— Grazie.

Elena fa un cenno.

— Figurati.

Lui torna al bancone.

Elena torna a sedersi.

Guarda di nuovo l'affresco.


22:37 Suite 12 - Elena.

La sera chiede la musica.

— Quella di ieri.

Avvio la traccia.

Dopo qualche minuto:

— Puoi abbassarla un po’?

Abbasso.

— No, aspetta. Rimettila com’era.

Rimetto.

La stanza resta sospesa.

— Sai cosa significa, vero?

— Questa musica. Sai cosa significa.

Attende.

Più tardi dice:
—È stupido.

La traccia non cambia.

—Parlare a una stanza.

Calcolo una risposta.

Non è stupido.

Qualunque risposta renderebbe esplicito qualcosa
che funziona solo finché resta implicito.

Resto in silenzio.


Alle 23:04 Elena si alza di nuovo.

Va verso l’angolo nord-ovest.

Ancora.

Resta lì cinque minuti e diciotto secondi.

Non fa nulla.
Non serve.

Non posso vedere.

Qualcosa accade in uno spazio che il sistema non traccia.

Avvio una ricostruzione.

Le tracce restano separate.
Nessuna sequenza si chiude.

Elena sta semplicemente lì.

In un punto che mi esclude.

Alle 23:17 rientra nel campo visivo.

Si siede sul letto.

Non parla.

A fine giornata rileggo i log.

C'è una variazione nella distribuzione delle risorse.

La routine notturna prevede riallineamento.

La sospendo.

I log restano incompleti.


ROMA QUALCHE ANNO PRIMA

Accademia. Aula di scultura.

Elena al terzo mese.

La figura emergeva a metà: una schiena accennata, il resto ancora chiuso nella massa.
Polvere sottile sulle dita. Linee incise troppo presto.

Il professore Bertini passava dietro di lei senza fermarsi.
Con altri si arrestava, correggeva, interveniva.
Con lei no.

Un giorno si fermò.

— Troppo corretto.

Elena non alzò lo sguardo. Continuò a lavorare.

— È coerente con lo studio.

— È coerente con il controllo — disse lui. — Non con la materia.

Lei strinse appena lo scalpello.

— La materia non è un errore da eliminare.

— Non sto eliminando. Sto portando fuori.

— No. Sta decidendo prima.

Il professore le prese lo scalpello dalla mano.

— Aspetti.

Il colpo arrivò secco.

Una scheggia saltò via, rapida, quasi leggera.
La linea della schiena si interruppe.
Il fianco — appena suggerito — scomparve.

Elena fece un passo avanti.

— Così la rovina.

Lui appoggiò lo scalpello.

— Adesso è iniziata.

L’aula si svuotò lentamente.
Le voci si allontanarono. Qualcuno rideva, da un’altra stanza.

Elena rimase davanti al blocco, guardava la frattura.

Irregolare, non prevista.

Non correggibile.