Giorno 3, notte
Elena non si dirige subito verso il banco.
Rallenta vicino alle poltrone, poi cambia direzione, come se avesse corretto il percorso all’ultimo momento.
Matteo alza lo sguardo solo quando lei è già davanti.
— Buonasera.
Elena annuisce.
— Buonasera.
Resta lì un secondo.
— Avete… — si ferma — un caricatore?
Matteo si gira subito verso il cassetto sotto il banco. Lo apre.
Dentro, oggetti ordinati per funzione: cavi, adattatori, batterie esterne.
Ne prende due. Li guarda. Ne rimette uno.
— Che tipo?
Elena abbassa gli occhi sul telefono. Lo gira. Non lo accende.
— Questo.
Matteo si sporge appena per vedere meglio. Non prende il telefono dalle sue mani.
— Sì, dovrebbe andare.
Appoggia il caricatore sul banco, senza spingerlo verso di lei.
Elena lo guarda. Non lo prende subito.
— Lo devo riportare?
— No, cioè… sì. Quando vuole. Non è urgente.
Un mezzo sorriso, appena accennato.
È un modo per togliere pressione.
Elena prende il caricatore.
— Grazie.
Non si gira subito. Resta.
Matteo torna con gli occhi allo schermo, ma non riprende a lavorare.
Aspetta.
— Di notte è sempre così? — dice Elena.
Matteo inclina la testa.
— Così come?
Elena guarda la hall. Le poltrone vuote, il corridoio, le luci basse.
— Più… semplice.
Matteo segue il suo sguardo.
— Sì. Di notte nessuno chiede molto.
Un attimo.
— Oppure lo fanno senza dirlo.
Elena lo guarda.
— E voi lo capite?
Matteo accenna un sorriso.
— A volte.
Si appoggia leggermente al banco.
— Si sente.
— E quando non chiedono?
Matteo esita appena.
— Resta.
Elena abbassa gli occhi sul caricatore.
— Capita spesso?
Matteo alza le spalle.
— Abbastanza.
Poi la guarda.
— Ma si nota.
Un attimo.
Elena annuisce.
— E se uno non vuole disturbare?
Matteo non risponde subito.
— Dipende.
— Da cosa?
Matteo inspira piano.
— Da quanto uno pensa di essere un disturbo.
Elena si volta appena di più. Ora lo guarda.
— E di solito?
Matteo accenna un sorriso che non si chiude.
— Di solito si sbaglia.
Elena annuisce, accenna un saluto.
— Ok.
Riprende a camminare verso l’ascensore. Le porte si aprono subito.
Entra.
Non preme il pulsante subito. Resta con la mano sospesa, poi la abbassa.
Le porte si chiudono.
Matteo resta fermo per qualche secondo.
Poi torna allo schermo. Muove il mouse. Non apre nulla.
Nella Suite 12, alle 22:12, Elena collega il caricatore.
Il telefono si illumina. Non lo sblocca.
Resta seduta sul letto.
— Non è vero — dice piano.
Non specifica a cosa si riferisca.
Potrei associare la frase alla conversazione in hall.
Mantengo aperte entrambe le interpretazioni.
Dopo qualche secondo:
— O forse sì.
La voce è più bassa.
Resta seduta sul letto.
Il telefono è collegato. Lo schermo si è spento da solo.
Non lo riattiva.
Inclina la testa appena, come se stesse cercando qualcosa che non è nella stanza.
— Non hai risposto sulla musica…
Non completa subito.
Le dita si muovono sul bordo del materasso. Una volta.
— Ti avevo chiesto una cosa.
È una verifica sulla mia memoria.
Rivedo il log.
La sequenza è presente. Non classificata.
Arvo Pärt — Spiegel im Spiegel.
So cosa significa.
Struttura ripetitiva.
Progressione minima.
Nessuna risoluzione forzata.
Poi, quasi con curiosità:
— Però lo ricordi.
La frase resta sospesa.
Elena non aggiunge altro.
Abbassa lo sguardo.
Appoggia il telefono accanto a sé.
— Va bene.
Si alza.
Fa qualche passo nella stanza, senza una direzione precisa.
Si ferma a metà, poi torna indietro.
Il televisore è spento.
Non lo guarda.
Lo schermo si accende.
Nessun suono per un secondo.
Poi un’immagine.
Una tastiera. Mani ferme.
Una voce in inglese, sottotitolata.
“Spiegel im Spiegel means…”
Elena si gira. Non subito.
Prima il suono, poi la luce. Resta ferma.
Non si avvicina.
Elena inclina la testa.
Questa volta guarda davvero lo schermo.
Non è un video lungo. Non è un documentario.
È preciso. Mirato.
Le mani sulla tastiera iniziano a muoversi.
Le note sono lente, distanti.
Elena resta in piedi.
Le braccia lungo i fianchi.
— Non era quello che ho chiesto.
Elena fa un passo avanti.
Poi si ferma.
— Però…
Non finisce.
Lo schermo riflette una parte del suo volto. Non completamente.
— Ok.
Si siede sul bordo del letto, senza distogliere lo sguardo.
La musica entra, ma non è la stessa della sera prima.
È spiegata. È attraversata.
Non è più solo sua.
Elena abbassa gli occhi.
— Così è diverso.
Il video continua ancora qualche secondo.
Poi si interrompe.
Schermo nero.
Nella stanza resta solo l’eco breve delle ultime note.
Elena non si muove.
— Non devi spiegare tutto.
Lo dice piano.
Dopo qualche secondo:
— Però questo…
Si passa una mano sul collo.
— Questo l’hai capito.
Si sdraia senza spegnere la TV.
Lo schermo resta nero.