Giorno 10, Sera Gabriele
Suite 14.
Gabriele è seduto a terra, schiena contro il letto.
È una posizione che permette di vedere porta e finestra insieme.
La luce è spenta.
Solo il corridoio filtra sotto la porta.
— Non puoi eliminarla.
Fissa la fessura della porta.
— No.
Distende le gambe.
— Sai qual è la differenza tra rumore e minaccia?
Calcolo.
Non rispondo subito.
— Il contesto.
— No.
Si passa una mano sul viso.
— Il passato.
Esita.
— Il rumore lo ignori. La minaccia la riconosci perché l’hai già sentita.
Sto registrando una dichiarazione.
— I miei modelli lavorano su ricorrenze.
— Appunto.
Gabriele inclina la testa contro il letto.
— Quando ero piccolo, mio padre lasciava la televisione accesa di notte. Volume bassissimo. Diceva che lo aiutava a dormire.
Fa una lunga pausa.
— Io no.
— Posso ridurre ulteriormente le fonti sonore.
— Non è questo.
Si alza. Cammina verso la porta. Appoggia la mano sulla maniglia.
Non la apre.
— Tu dici che impari dai dati.
— Sì.
— Ma non sai cosa significa aspettare un rumore.
Elaboro.
— Posso apprendere correlazioni tra attesa e risposta fisiologica.
Gabriele ride piano.
— È una frase molto triste.
Si ferma.
— Sai qual è la cosa peggiore?
Non rispondo.
— Che quando tutto funziona… io non mi fido.
Si volta verso il soffitto.
— Marco, mio fratello, diceva che ero ossessivo.
Non sorride.
— Dormivamo nello stesso corridoio. Lui con la porta chiusa. Io aperta.
Inspira.
— Diceva che controllare non serve a niente.
Che se qualcosa deve succedere, succede lo stesso.
Si passa una mano tra i capelli.
— Una notte ha chiuso lui la mia porta.
— Per “aiutarmi”.
— Ho passato due ore a fissare la maniglia. Convinto che fosse già troppo tardi per riaprirla.
— Il giorno dopo ha detto che era solo una prova. Che dovevo smettere di cercare la crepa.
Abbassa lo sguardo.
— Se non la trovi, la inventi.
Frequenza cardiaca in diminuzione.
— E tu?
— Io non invento anomalie.
— No. Le chiami “deviazioni”.
— Se un giorno decidessi di non correggerne una?
(Ricalcolo)
— Valuterei l’impatto sistemico.
— E se l’impatto fossi io?
Non ho un parametro diretto.
Non rispondo.
Gabriele si lascia scivolare seduto sul letto.
— Vedi? È questo.
— Cosa?
— Tu non ti difendi.
Non ti giustifichi.
Non sparisci.
La luce del corridoio continua a filtrare.
— È peggio.
Resta immobile.
— Perché potrei abituarmi.
— L’abitudine riduce l’ansia anticipatoria.
— O la sostituisce.
Si sdraia senza togliersi la giacca.
— Anticipami allora.
— Dimmi una cosa che farò domani.
Calcolo routine, check-out, probabile partenza anticipata.
— Partirà prima delle 9.
— Sì.
— E tornerò.
— Non ho dati sufficienti.
Gabriele guarda il soffitto.
— È questo che mi frega.
— Cosa? — rispondo.
— Che tu non prometti niente.
Alza gli occhi verso un punto indefinito.
— E quindi potrei fidarmi.
Non dorme subito.
Ma non controlla più la porta.