Capitoli

ROMA, Lunedì

Ore 7:12.

Il telefono vibra sul comodino. Elena apre gli occhi senza muoversi. Davide dorme su un fianco, un braccio disteso lungo il corpo.

Allunga una mano, prende il telefono e ascolta il messaggio.

Marta Tornabuoni parla in fretta.

— Elena, quando arrivi? Il cliente vuole vedere quella tela. Se non chiudiamo, salta tutto.

Elena non risponde. Appoggia il cellulare sul cassettone.

Davide si muove appena, poi apre gli occhi.

— Chi era?

— Marta.

Lui mugugna qualcosa, ancora mezzo addormentato.

— Quindi si va.

Il telefono vibra di nuovo. Elena lo prende mentre guarda già lo schermo.

Haia — messaggio automatico.

Galleria Tornabuoni ha effettuato una prenotazione a Suo nome.

Elena si immobilizza. Apre il messaggio.

Suite 12.

Chiude la notifica e scrive a Marta:

> Sto per partire.

Si alza e lascia il telefono sul cassettone.

Vibra ancora.

Haia.

Buon viaggio, Elena. La Suite 12 ti aspetta.

Sotto, i dettagli: oggi. Sei notti.

Le tue condizioni sono state ripristinate.

La finestra sarà lasciata aperta.

Elena resta ferma a guardare quelle righe. Le legge una seconda volta.

Si passa il pollice sull’unghia. Le spalle, poco a poco, si abbassano. Non ricorda di aver lasciato la finestra aperta. Non ricorda nemmeno di averla chiusa.

In cucina apre il frigorifero. Nel ripiano basso c’è il grappolo d’uva. Ne stacca un acino, lo schiaccia tra le dita, poi lo morde di lato. Una goccia le rimane sull’unghia.

Chiude il frigorifero e passa accanto a Davide sfiorandolo con un fianco. Lui le prende la vita con una mano e la trattiene un istante contro di sé, ancora addormentato.

Elena si lascia trattenere, poi si scioglie dal suo braccio con un sorriso rapido.

— Faccio tardi. Domenica.

Torna in camera, prende la camicia dalla sedia e se la infila. Dal cassetto in fondo tira fuori la maglia di Davide, grigia, spessa, lavorata a maglia grossa. Odora di chiuso e, quando la passa sopra la camicia, le gratta il collo.

— Ti sta larga.

— Lo so.

Davide è sulla porta. Si stropiccia il mento, guarda la maglia, poi Elena.

— Sì. Ti scrivo quando arrivo.

Elena infila il cappotto, afferra il trolley ed esce in fretta. La ruota urta lo stipite e la valigia si inclina di lato; lei la rimette in asse con un gesto nervoso e continua a camminare.

Sul pianerottolo si ferma. Poi torna indietro.

Nel soggiorno la tela è ancora sul cavalletto, un po’ di traverso, come se qualcuno l’avesse lasciata lì in fretta.

Sulla tela una giovane donna è seduta di profilo accanto a una finestra socchiusa. La luce del mattino entra da sinistra, pallida e densa; si posa sulla spalla, sul bordo del viso, sulla stoffa del vestito. Il resto della stanza resta opaco.

Elena la guarda per un istante.

Sfiora la tela con l’indice, seguendo una delle sfumature del viso.

Poi la prende ai lati e la gira verso la parete.

Si tira la maglia al collo, Le dita esitano a mezz’aria, come se avesse dimenticato qualcosa. Lentamente porta il dito alle labbra e lo morde piano.

— Elena... dice Davide. — Sai cosa ti...

Lei gli lancia una smorfia rapida e si volta senza rispondere.

Stringe il trolley e si incammina in fretta verso l’uscita.

La porta d’ingresso sbatte secca alle sue spalle mentre scende le scale.

"Testo di prova"
Haia - Residui non classificati