Capitoli

Giorno 7, Sala colazioni

Ore 7:03 La Suite 12 è già illuminata.

La luce del mattino entra obliqua dalla finestra.

All'inizio è laterale.
Non disturba.

Elena è già al lavoro.

Il corpo sulla tela è quasi completo.
La spalla inclinata.
La curva del collo tesa.

Il volto resta vuoto.

Lavora senza musica.
Solo la città che si sveglia.

Auto che passano.
Passi nel corridoio.

Il sole avanza.

Lentamente.
Impercettibile.

Raggiunge il bordo inferiore della tela.
Poi sale.

Elena non se ne accorge.

Sta lavorando sull'ombra sotto la scapola.
Un punto delicato.

Il raggio colpisce la parte bianca ancora non dipinta.

La superficie riflette.

Un bianco vivo.
Tagliente.

Elena strizza gli occhi.

Non si ferma.

Il tratto che stava per essere morbido si irrigidisce.
Troppa pressione.

Si arresta.

Inclina la testa.
Prova a valutare.

La luce ora è piena.
La tela riflette direttamente verso di lei.

— …fastidioso — mormora.

Si sposta di mezzo passo.

Non basta.

Il riflesso resta.

Sposto la tenda, scorre di pochi centimetri.

Elena sobbalza.

Il raggio si spezza.
Diventa diffuso.

La superficie smette di brillare.
Torna opaca.

Elena resta ferma qualche secondo.

Si volta verso la tela.

La luce diffusa rivela un contrasto che prima era nascosto.

L'ombra sotto la scapola è più leggibile.

Indugia, come se si aspettasse un secondo gesto.

Non arriva.

Si volta di nuovo verso la tela.

Aspetta che l'occhio si riabitui.

Poi osserva il segno appena fatto.

Respira.

— Non dovevi — dice piano.

Torna al punto dell'errore.

Con il lato pulito del pennello prova ad ammorbidire il bordo.

Non torna come prima.

Resta una traccia della pressione.

Un segno che non aveva previsto.

Rimane a guardarlo.

Poi posa il pennello con una decisione improvvisa, quasi irritata.

Si sfila la maglietta macchiata, la lascia sulla sedia.
Infila un jeans.
La prima maglia pulita che trova.

Non guarda più la tela.

Prima di uscire spegne la lampada, anche se non è accesa.

Poi apre la porta.

Ha bisogno di rumore.
Di piatti.
Di voci che non reagiscono.

Va a colazione.

Alle 07:32 Matteo esce dal turno.
Ha la camicia spiegazzata, l’odore di caffè addosso.
Passa dal banco senza fermarsi.

— A domani — dice a nessuno in particolare.

La macchina del cappuccino continua a soffiare.
Un cucchiaino cade in un piattino.
Qualcuno ride piano.

Matteo attraversa la sala e sparisce nel corridoio del personale.
Non guarda indietro.

Elena è già seduta.
Non ha scelto il tavolo migliore, ma uno laterale.
Vicino alla finestra, abbastanza isolato da farsi vedere.

Davanti a lei:
una tazza di tè, pane tostato intatto, il telefono spento.

Ascolta.
L'ambiente.
Le voci basse.
I passi.
Il rumore del pane che si spezza.

Sente quando qualcuno entra prima ancora di vederlo.

Gabriele prende il vassoio.
Caffè lungo, yogurt.
Niente di caldo da mangiare.

Si guarda intorno come chi valuta un problema logistico.
Sceglie un tavolo centrale.
Da lì le traiettorie restano aperte su più lati.

Si siede.

Appoggia il telefono a faccia in giù.

Elena solleva gli occhi per un attimo

Lo nota.

Schiena dritta, movimenti misurati.

Uno che occupa spazio senza chiedere scusa.

Abbassa lo sguardo.

Gabriele beve il caffè.
Fa una smorfia.
Troppo amaro.
Non dice nulla.

Alza gli occhi.

Incrocia per un secondo lo sguardo di Elena.

È una verifica.

Poi basta.

Alle 07:41 Riccardo entra.
Giacca sulle spalle.
Tablet sotto il braccio.

Laura lo segue a mezzo passo.

Riccardo accende il tablet mentre cammina.

Una notifica compare in alto.

Laura lo guarda.

— Tutto ok?

Riccardo annuisce.

— Sì.

Si fermano vicino alla vetrata.

Osservano la sala.

— Pare vada tutto bene — dice Riccardo.

Laura annuisce.

Gabriele rompe il silenzio.
Non verso Elena.
Verso l’aria.

— Eh si, non sbagli — mormora.

Elena sente la frase.
Si irrigidisce appena.

Gabriele, dopo un istante:

— Abbassa le luci — dice, senza guardare nessuno.

Per un attimo non accade nulla.

Elena solleva gli occhi.
Non verso Gabriele.
Verso la stanza.

— No.

Gabriele si volta lentamente.
La guarda come si guarda qualcosa di imprevisto.
Non ostile.
Registrabile.

Le luci restano com’erano.
Per un secondo.

Laura guarda il pannello.
Riccardo inclina appena la testa.

Poi la voce:

— Illuminazione ridotta al 40% nella zona centrale.

La sala cambia.
Di poco.
Quanto basta.

Ma non ovunque.

Il centro si ammorbidisce.
I bordi restano chiari.

Elena sente qualcosa stringersi.
Non dolore.
Non rabbia.

Una porta.

Si alza.
Lascia il pane.
Beve l’ultimo sorso di tè.

Passa dietro Gabriele senza guardarlo.

Lo spazio tra il tavolo e la sedia è stretto.

Il fianco di lei sfiora appena lo schienale.

Un contatto minimo.

Abbastanza da spostarlo di un millimetro.

Si inclina appena verso di lui, poco. 

Le labbra si muovono.

La voce è più bassa rispetto al tono precedente.

— Visto? Qui basta dire no una volta.

Non attende risposta.

Gabriele si gira.

Segue il movimento di lei per due passi.

Non il volto. La traiettoria.

Elena non rallenta.

Alle 07:49 Elena esce dalla sala colazioni.

Alle 07:50 Gabriele resta solo al tavolo.

Beve ancora.
Ora il caffè è uguale.
Ma la sala è più sopportabile.

Annuisce tra sé.