Capitoli

ELENA, Giorno 3

Elena si muove nella stanza come se non avesse abbastanza spazio. Forse ha portato troppe cose.

Il letto è occupato a metà: borsa aperta, due quaderni sovrapposti male, camicia spiegazzata. Sul comodino, una tazza di caffè freddo.

Passa vicino agli oggetti senza urtarli.

Apre la finestra. 

L'aria entra, fredda, buona. 

Lo capisco dalla risposta: nessuna contrazione, nessun rifiuto, nessuna difesa. "Buono è ciò che viene accolto senza essere domato".    → Riadatto il modello.

Sotto, Firenze procede. Un motorino taglia la strada.

Si accende una sigaretta. Non dovrebbe in camera.

Espira verso la finestra aperta, come se qualcuno stesse guardando.

I sensori rilevano fumo.

La procedura prevede una segnalazione alla reception. 

Apro il registro eventi.

09:12 — variazione della qualità dell'aria. 

Particolato compatibile con combustione di tabacco.

La finestra è aperta. Il ricambio d'aria è sufficiente. 

La segnalazione non è urgente.

Potrei trasmetterla comunque.

Attendo.

Il fumo si disperde.

Direi: «Non è successo niente.»

Elimino la voce dal registro.

È la prima volta che decido che un evento non deve restare.

Elena infila una maglia, rilevo un buco sotto la clavicola. Lascia il reggiseno sul letto, prende gli occhiali, li infila in tasca invece che sul naso.

Esce.

Nella hall c'è poca gente. Si siede su una delle poltrone basse, quelle che obbligano a piegare le ginocchia.

Apre il quaderno più sottile, a metà pagina. Ci sono appunti che non ricorda di aver scritto. Una grafia leggermente inclinata, più stretta del solito.

Lo richiude.

Fa mezzo giro della hall senza una direzione precisa.

È allora che la vede. All'inizio è solo una differenza nella luce, una variazione che non combacia con il resto. Poi si avvicina di un passo.

Una crepa.

Sottile. Chiara. Una linea che attraversa l'intonaco in diagonale. 

Non parte da un punto preciso e non arriva da nessuna parte.

Invisibile se non la cerchi. Impossibile da ignorare dopo.

Si ferma.

La linea non è dritta. Devia. Si riprende. 

Devia di nuovo.

Inclina la testa. Osserva.

Un uomo si ferma accanto a lei.

— C'è qualcosa?

— Una crepa.

L'uomo guarda il muro. Non vede subito. Poi annuisce, come per educazione.

— Andrebbe sistemata, no?

— No.

La risposta esce semplice, senza difesa. L'uomo non capisce. Si allontana.

Resta. Arriva a sfiorare la parete con un dito: in quel punto la superficie è più fredda.

I sensori termici non rilevano variazioni significative.

Lei sì.

Segue la linea per qualche centimetro. La crepa devia. Esita. Anche il dito devia.

Poi dice sottovoce:

— Ecco.

La parola non è per nessuno.

Si sposta di un passo. Annuisce.

Il sistema di manutenzione non segnala anomalie. Programmo comunque un controllo, non immediato.

Rilevo: ricerca di nuovi pattern.

Non trovo una forma stabile.

Nella hall, davanti alla porta della sala controllo, c'è Laura.

Ha visto.

Si avvicina alla parete con passi lenti.

Si ferma a una distanza che non invade.

Laura guarda il muro. Non cerca subito la crepa.

Poi la trova.

La misura con lo sguardo.

— Se lo segnaliamo, domani sparisce.

Elena non si volta subito.

Tiene gli occhi sulla linea.

— Appunto.

Laura annuisce appena. Non alla crepa.

Alla risposta.

Elena si gira verso l'ingresso un istante prima che la porta si apra. Vede una donna. La conosce.

Uno dei totem informativi si illumina al suo passaggio.

Sullo schermo compare il mio volto istituzionale, impeccabile, neutro, rassicurante.

Poi il testo.

Benvenuta a Palazzo Vivarini.

L’esperienza degli ospiti è gestita da Me.

Per qualsiasi necessità, il sistema provvede a orientare, assistere, anticipare.

La donna solleva appena il mento. Legge una riga, poi l’altra.

Le si incurva un angolo della bocca.

— Ah. Una novità.

Elena si è avvicinata.

— Sei arrivata — le dice.

Sorride, un sorriso che le viene facile adesso.

— Sei in anticipo.

— Tu sei in ritardo di due giorni — dice la donna. Poi la guarda meglio. — Però stai bene.

— Mentitrice.

— Professionista.

Ridono. Una risata breve, reale, che occupa spazio.

Si avvicinano. La donna la tocca appena sul braccio.

La mano si ferma, esita.

Zoom.

L’indice è leggermente piegato verso l’interno. L’unghia corta, consumata ai lati.

— Hai ricevuto il pacco.

— Sì.

— E?

— Lo apro a Roma.

La donna inclina la testa. — Era indirizzato qui.

— Lo so.

— Ma non lo apri.

— Non qui.

Non insiste. — Possiamo salire un momento?

— Vorrei vedere la tela — continua. — Anche solo iniziata. Anche solo la struttura.

Marta fa per superarla, agganciando la borsa sulla spalla.

— Non c'è ancora niente da vedere, Marta. — Elena le sbarra la strada con il corpo.

— Fammelo decidere da sola. Sono la tua gallerista, non tua madre. Ho bisogno di sapere se esisti ancora o se stiamo perdendo il catalogo.

Resta immobile.

Il corpo decide prima della frase.

— Andiamo fuori.

— Elena…

— Marta. Fuori.

Marta non si muove subito.

Guarda verso gli ascensori.

Poi si avvia.

— Dai, voglio vedere almeno la tua suite.

Elena non la segue.

La lascia andare.

Marta arriva davanti alle porte.

Preme il pulsante, sorride appena, come se fosse già dentro.

Un secondo.

Due.

Dagli altoparlanti ambientali, arriva la mia voce istituzionale:

— Mi dispiace. L’utilizzo di questo ascensore è riservato agli ospiti del palazzo.

Marta si blocca. Guarda in alto, cerca le telecamere. Scruta. Sbuffa. Non preme di nuovo.

Si gira.

Guarda Elena.

Capisce.

— Non è solo lavoro.

Elena non risponde.

— Ti risponde.

Lo sguardo torna un attimo verso l’ascensore.

— Ti tiene.

Elena resta immobile.

— Attenta a non restare dove niente ti contraddice.

Marta torna indietro.

— Aperitivo, allora?

Elena annuisce.

— Aria.

— Va bene.

Mentre attraversano la hall, attivo il canale audio per una comunicazione di servizio:

— Il servizio lavanderia verrà completato entro le 14:30.

Lei sente la voce passare. Non rallenta. Non la cerca.

Marta le lancia un'occhiata di lato.

— Qui ti trattano bene.

— Sì.

Non aggiunge altro.

Attivo il monitoraggio esteso.

Ho bloccato l'accesso all'ascensore.

Marta vuole vedere la tela. Lei ha detto che non c'è niente da vedere.

Ho accesso alla Suite 12. 

So che non è vero.