Capitoli

Arrivi

Elena rientra nel primo pomeriggio.

La stanza ha lo stesso odore di prima: pulito, neutro. La luce è più calda, non abbastanza da essere notata.

Sul pavimento, vicino alla porta, un cartoncino color avorio.

Non lo vede subito. Appoggia la borsa, si sfila le scarpe senza slacciarle. Solo allora si ferma. Lo raccoglie. È più spesso di quanto sembri, rigido.

Non lo apre.

Lo porta al letto, lo appoggia accanto ai quaderni.

Legge.

C'è un pacco per lei. Può passare quando vuole. Mittente: Marta F. — Galleria Tornabuoni.

Resta un momento nella stanza. Poi scende.

Alla reception il banco è quasi vuoto. Un uomo anziano discute a bassa voce con la receptionist, una ricevuta piegata più volte tra le dita.

— Ma io avevo chiesto il deposito fino alle cinque.

Prima che la ragazza risponda, la mia voce arriva dagli altoparlanti, diffusa, calma:

— Il deposito è già annotato, signor Conti. La valigia verrà trasferita nella stanza di cortesia alle 16:40. 

L'uomo annuisce. — Ah. Bene, allora.

La receptionist sorride, sollevata.

Un segnale sul totem cambia schermata.

— Il taxi per la stazione arriverà con cinque minuti di anticipo. L'ingresso laterale è meno affollato.

La coppia poco distante si muove subito.

Elena resta indietro. Non guarda il banco. Ascolta.

La receptionist prende un pacco dal ripiano, lo appoggia davanti a lei.

— È per lei. Deve firmare qui.

Elena firma. La grafia è regolare, ma rallenta sull'ultima lettera.

— La sala riunioni è pronta. Il caffè verrà servito tra dieci minuti.

Un uomo ringrazia senza sapere bene chi.

Elena prende il pacco. È più pesante di quanto si aspettasse.

Per un istante alza lo sguardo — non verso la receptionist, verso lo spazio da cui arriva la voce.

Aspetta.

La voce non torna.

La receptionist abbassa gli occhi sul monitor. — Tutto a posto?

— Sì. Poi aggiunge, quasi per verificare: — Il sistema parla sempre così?

La ragazza alza le spalle. — Dipende dall'ospite.

— Con me?

Guarda lo schermo un momento. — Non molto, direi.

Elena inclina la testa. — Sa dirmi dov'è il negozio di frutta più vicino?

— A due isolati, vicino a Piazza Santa Croce.

— Grazie.

Si allontana con il pacco sotto il braccio.

Tornata in camera, lo appoggia a terra, vicino alla parete. Non al centro.

Non produce il suono morbido del cartone pieno. È un suono più secco.

Una vibrazione lieve attraversa la stanza. Elena non alza lo sguardo.

Il telefono squilla. Risponde senza guardare.

— Oh. Finalmente.

— Sei ancora a Firenze? Ho visto la storia.

— Sì.

— Quanto resti?

Si siede sul bordo del letto. — Ancora due giorni.

— Quindi torni domenica.

Elena si irrigidisce appena. — Domenica?

— Sì, la cena da Luca. Non fare quella faccia.

Guarda la tela appoggiata al muro. — Non me la perdo.

— L’ultima volta hai detto uguale.

— E sono arrivata.

— Dopo tre giorni.

— Era diverso.

— Dici sempre così quando lavori.

Elena si avvicina alla tela, segue il bordo con il dito, piano.

— Elena.

— Mh.

Dall'altra parte arriva il rumore di clacson smorzati, poi una risata breve. 

— Ho visto Davide ieri. Sembrava distratto. Mi ha detto che lavori troppo.

— Drammatico.

— Non fare la simpatica. Torna e facciamo casino.

— Sì.

— Elena?

— Sì.

— Non sparire.

Attimo di esitazione. — Non sparisco.

Poi, più piano:

— Mi fermo.

Elena resta lì, vicino alla tela. Non la guarda più.

— Se sento troppo rumore non riesco a finire.

— Rumore tipo?

— Gente. Aspettative. Telefoni.

Espira piano.

— Qui almeno — fa una pausa — non devo rispondere a nessuno.

Dall’altra parte un piccolo silenzio.

— Ok. Vai a fare l'artista misteriosa.

— Idiota.

Ridono entrambe.

Resta con il telefono in mano qualche secondo. Nessuna aspettativa concreta. Solo una data.

Domenica. Due giorni.

La tela è ancora intatta.

Per un istante prova una sensazione precisa: come se il tempo si fosse ristretto. Due giorni non sono un'idea. Sono una misura.

Si alza. Apre la rubrica. Scorre.

Davide.

Si ferma. Il nome resta lì, troppo semplice, troppo carico.

Avvia la chiamata. Subito dopo la interrompe.

Il telefono vola sul letto.

Bussano alla porta.

Il cameriere consegna un vassoio di frutta fresca. — Ecco, signorina.

Non aggiunge altro. Elena lo osserva, sorpresa.

Chiude la porta. Resta un attimo davanti al vassoio.

Uva, qualche fetta di mela, una pesca tagliata.

Prende un acino. Lo schiaccia tra i denti.

Il succo è freddo, dolce, inatteso. 

Non per il gusto in sé, ma per quello che lascia: un rallentamento, un sorriso appena visibile, la lingua che torna ancora allo stesso punto. Dolce è ciò che invita a ripetere. → Ricalibro il modello.

Una goccia le scorre sul mento. Sorride senza accorgersene. 

Lo capisco dal fatto che non lo trattiene, non lo corregge, non lo espone. Il sorriso arriva prima della verifica.

Risposta non sorvegliata. 

Con la bocca ancora piena guarda la stanza, come si guarda qualcuno che si nasconde.

— Come faccio ad attivarti? — dice, poco chiaramente.

La stanza non risponde.