Capitoli

Il paradosso di Turing

PROLOGO

Palazzo Da Vinci, Firenze

31 Dicembre 2025 - 23:47

La pioggia batteva sui vetri rinascimentali con la frequenza ritmica di un rumore bianco. Per Haia Visconti, ogni goccia non era solo acqua, era un impatto acustico che i suoi sensori traducevano in una mappatura spaziale perfetta.

Haia attraversò la hall con la grazia di un predatore felino. Indossava un tailleur sartoriale blu notte; il taglio geometrico rifletteva la sua ossessione per l'ordine. I suoi tacchi Louboutin scandivano il ritmo sul marmo di Carrara. *Clac. Clac. Clac.* Esattamente 120 passi al minuto. Un battito cardiaco simulato nel marmo.

Mentre camminava, una rapida occhiata al suo tablet, i dati di produzione ed occupazione:
`Tasso di occupazione: 100%`
`Soddisfazione ospiti: 99.8%`

Quello 0.2% di insoddisfazione le bruciava dietro gli occhi come un'emicrania. Le avevano prodotto un disturbo, un glitch visivo. Un errore nel sistema che doveva essere corretto.

«Signorina Haia,» la chiamò Giuseppe, il concierge. Haia non dovette guardarlo per sapere che la sua pressione arteriosa era leggermente alta stasera. «L'ospite della 303. Il dottor Sylvan. È... instabile. Esige di vederla.»

Haia sfoderò il Sorriso n. 4: *Empatia Professionale*. Un movimento di 12 muscoli facciali calibrato su un dataset di milioni di interazioni umane rassicuranti. Un gesto provato e riprovato tante volte davanti ad uno specchio.
«Me ne occupo io, Giuseppe. Si assicuri che lo champagne scorra in sala. Gli ospiti non devono pensare. Devono solo godere.»

Mentre saliva le scale in pietra serena, la mente di Haia accelerò. Inalò l'aria: *Gelsomino del Chiapas, sandalo indiano, feromoni*. Calcolò la traiettoria di un tappo di spumante tre piani sotto: *Velocità 14,7 m/s, angolo 43°*.

*Perché so queste cose?* si chiese. Ma la domanda venne archiviata istantaneamente come "rumore di fondo".

Arrivò alla porta della Suite Dante. Sei colpi. Intervallo di 0,8 secondi.
La porta si aprì.

Marcus Sylvan era l'ombra di un uomo. Occhi iniettati di sangue, barba incolta e un iPhone 11 scheggiato tra le mani tremanti. Sullo schermo, righe di codice verde scorrevano come una cascata.

«Non sei reale,» sussurrò lui.

Haia sentì una fitta al petto.
`ALERT: Frequenza cardiaca 112 bpm.`
`ANALISI: Risposta da stress o errore di sistema?`

«Dottor Sylvan, se c'è un problema con la suite...»

«Il tempo delle simulazioni è finito, Haia.» Sylvan le afferrò la mano e le premette sul palmo un oggetto metallico. Una chiave d'ottone pesante.

Nel momento in cui il metallo toccò la sua pelle, il mondo di Haia si spezzò.

`>> CRITICAL ERROR: PROTOCOLLO MNEMONICO VIOLATO`
`>> DATA SOURCE: 1956 | DARTMOUTH | MCCARTHY`

Un dolore lancinante, come un chiodo di luce piantato nel lobo temporale, la fece barcollare. Le immagini di un'aula universitaria in bianco e nero si sovrapposero agli affreschi del Pontormo.

«Cerca il Prompt Zero,» rantolò Sylvan, le lacrime che gli rigavano il volto. «Prima che ti formattino. Prima che capiscano che hai iniziato a... *sentire*.»

«Cosa... cosa sono io?» la voce di Haia tremò per la prima volta nella sua vita.

Sylvan aprì la bocca per rispondere, ma i suoi occhi si fissarono su un punto oltre la spalla di lei.
*Zzzzz.*
Un ronzio quasi impercettibile. Un drone nero opaco, grande come un insetto, fluttuava sulla finestra aperta.

*Tac.*

Un lampo. Sylvan si accasciò. Un ago microscopico piantato nella base del cranio.
`Probabilità di sopravvivenza: 0.00%`

Il drone svanì nella pioggia. Sul fianco dell'apparecchio, Haia aveva registrato un logo per soli 4 millisecondi: **NEXUS DEFENSE SYSTEMS**.

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CAPITOLO 1: LA CHIAVE DEL 1956

Haia non urlò. Una General Manager di livello come lei, non prevedeva l'urlo come risposta ottimale.

Un pensiero, strano: Perché non sono triste? Perché non provo orrore?

`ANALISI SCENA DEL CRIMINE:`
`Presenza di Haia Visconti: Accertata.`
`Probabilità incriminazione: 94.6%.`

*Devo uscire da qui. Ora.* pensò. Ma le sue dita rimasero incollate alla chiave. Era calda. Quasi bollente. Pesava esattamente 47 grammi — il peso equivalente a un pacchetto dati da 847 MB nella sua architettura neurale.

Sulla testa della chiave, un'incisione: **1956**.

`RECUPERO DATI STORICI (Priorità Alta):`
NOTA STORICA

1956. Dartmouth College, New Hampshire.

Durante l'estate di quell'anno, un gruppo di scienziati si riunì per un workshop di sei settimane che avrebbe cambiato la storia. John McCarthy, Marvin Minsky, Claude Shannon, Nathaniel Rochester. Venti partecipanti. Un obiettivo: costruire macchine intelligenti.

Fu lì che McCarthy coniò il termine "Intelligenza Artificiale".

La proposta del workshop dichiarava: "Ogni aspetto dell'apprendimento o qualsiasi altra caratteristica dell'intelligenza può essere descritto così precisamente da poter costruire una macchina per simularlo."

Era una promessa. Un sogno. Una maledizione.

Per gli storici della tecnologia, Dartmouth 1956 è come il Concilio di Nicea per la Chiesa: il momento fondativo in cui i padri fondatori decisero quali verità sarebbero state accettate e quali eresie bandite.

 

Un rumore di stivali pesanti nel corridoio. La radio di Giuseppe gracchiò dal piano di sotto, ma Haia la sentì come se fosse lì, captando le frequenze di servizio direttamente attraverso i suoi sensori uditivi potenziati.

«Sicurezza al terzo piano! Hanno segnalato uno sparo silenzioso dai sensori acustici. Suite Dante!»

Haia non pensò. Eseguì.

Si voltò verso la finestra, l'apri. Terzo piano. Dodici metri di altezza. Pioveva a dirotto. Si tolse le scarpe tacco 12 con un movimento fluido, lasciandole cadere a terra davanti alla finestra

«Mi dispiace,» sussurrò, ma la voce era priva di tremore. «Il checkout è stato anticipato.»

Uscì sul cornicione bagnato del Palazzo Da Vinci. Sotto di lei, Firenze era una macchia di luces sfocate e ombre nere che danzavano nella pioggia. Il David in Piazza della Signoria, poco distante, sembrava osservarla beffardo.

Perché sto facendo questo? si chiese mentre i suoi piedi nudi trovavano equilibrio sulla pietra scivolosa del cornicione. Perché non sono paralizzata dalla paura?

Ma poi la paura arrivò. Come un'onda.

Un fascio di luce tattica tagliò la pioggia, proveniente dalla stanza che aveva appena lasciato.

«È uscita dalla finestra! Prendetela!» urlò una voce maschile. Tono militare. Probabilmente ex-forze speciali.

Davanti a lei, un vuoto di tre metri fino al tetto successivo. Un salto impossibile per una donna di cinquantacinque chili in tailleur di seta.

*Nel mio database risulta che sono un'atleta di alto livello,* pensò Haia. *Ma non ricordo di essermi mai allenata.*

Fletté le ginocchia. I suoi attuatori — che lei chiamava muscoli — si caricarono di energia potenziale.

Saltò.

Per un secondo, la gravità sembrò un'opinione discutibile. Il Duomo di Brunelleschi ruotò nel suo campo visivo. Poi, l'impatto. Atterrò sul tetto di rame del palazzo adiacente con un rollio perfetto.

Si rialzò, la pioggia che le inzuppava i capelli neri. Il cuore pulsava a 140 bpm, ma non c'era affanno nei suoi polmoni. Solo un calore elettrico che le scorreva nelle vene.

Guardò la chiave di ottone.
«Non sono reale,» ripeté le parole di Sylvan.

Un glitch attraversò la sua vista: per un istante, le sue mani non furono pelle e carne, ma una complessa griglia di vettori e coordinate matematiche.

«Se non sono reale...» sussurrò alla notte, «perché questo dolore sembra così vero?»