ELENA
Casa
Elena rientra che è ancora chiaro.
Non abbastanza da essere pomeriggio.
Non abbastanza tardi da giustificare stanchezza.
La maglia di Davide è addosso a lei.
Le maniche leggermente troppo lunghe.
L’appartamento la accoglie come fanno i luoghi che non hanno memoria:
inermi, corretti, uguali.
Appoggia le chiavi sul mobile, poggia la borsa a terra, si sfila le scarpe senza sedersi.
Resta in piedi, un attimo.
Aspetta.
Poi tira fuori il telefono.
Cerca il numero dell’hotel.
Lascia squillare.
— Palazzo Vivarini, buongiorno.
— Sono Elena. Ho bisogno di parlare con Riccardo.
Un attimo di silenzio.
— Un momento, la passo.
La linea si apre, si chiude, riprende.
— Elena?
La voce di Riccardo è ancora bassa, ancora dentro il turno.
— Sì. Ti disturbo?
— No. Dimmi.
Elena si volta verso il corridoio, come se non volesse essere ascoltata da nessuno.
— Volevo solo sapere se hai letto la recensione.
Riccardo si passa una mano sul viso.
— L’ho letta.
— E?
— E ho capito perfettamente.
Elena resta immobile.
— Bene.
— Hai fatto bene a scriverla.
Lei abbassa lo sguardo sulla maglia di Davide, sulle maniche.
— Era importante che restasse.
— Lo so.
Un’altra pausa. Più corta.
— Grazie, Riccardo.
— Di niente.
La chiamata finisce.
Davide è in corridoio, come se si fosse fermato a metà di qualcosa.
La guarda.
Non dice subito il suo nome.
Elena resta sulla soglia un secondo di troppo.
La valigia tra loro.
— Ciao — dice lei.
— Sei arrivata.
La guarda diretto.
— Sì.
Davide abbassa lo sguardo sulle maniche.
— Ti sta ancora bene.
Elena guarda la maglia. Le dita dentro il cotone.
— Non l’ho rovinata.
— Meno male.
Davide resta lì, ancora con la tazza in mano.
— Com’è andata?
La domanda non è leggera. Non è pesante.
È ferma.
Elena apre la bocca per rispondere subito.
Una battuta pronta. Un “bene”. Un “intenso”. Un “stancante”.
Si ferma.
Respira.
Non trattiene.
— Non lo so ancora.
La frase resta nell’aria senza chiedere di essere corretta.
Davide la guarda meglio adesso.
— Ti sei fermata più del previsto.
— Sì.
— Hai fatto qualcosa?
Elena annuisce.
— Ho lasciato qualcosa.
Non spiega.
Davide non chiede.
Appoggia la tazza sul mobile dell’ingresso. Si avvicina.
Non la abbraccia subito.
Le sfiora il gomito, come per verificare la temperatura.
— Sei fredda.
— No.
È vero.
Non è fredda.
Davide inclina appena la testa.
— Hai mangiato?
— Sì.
— Sul treno?
— No.
Davide le prende la giacca.
La appende.
La maglia resta.
Elena fa un passo verso la camera.
Si ferma.
Si volta.
— Davide.
Lui alza lo sguardo.
— Mmh?
Elena lo osserva come si osserva qualcosa che non si vuole più anticipare.
— Ti dimentichi di respirare.
Davide resta immobile un secondo. Poi inspira, esagera appena.
— Così va bene?
Elena annuisce.
Si avvicina.
Questa volta è lei a baciarlo per prima.
Non è un bacio lungo. Non è breve.
È presente.
Elena resta un secondo in silenzio, poi abbassa lo sguardo alla borsa.
Fruga dentro con una mano, come se stesse cercando qualcosa che non vuole nominare.
— Ti ho portato una cosa speciale.
Davide solleva appena il viso.
— Cosa?
Elena tira fuori una piccola bustina trasparente. Dentro, pochi acini d’uva, chiari, quasi lattiginosi.
Per un attimo li guarda anche lei, come se non fossero del tutto suoi.
Poi ne prende uno tra le dita.
Si gira verso di lui.
Davide ha ancora la tazza in mano.
— Cosa sarebbe?
Elena gli prende il mento con due dita, piano, e gli mette l’acino tra le labbra.
— È una specialità di... del Palazzo.
Davide resta fermo un istante, poi sorride appena, masticando.
— Sei tornata diversa.
Elena non si difende.
— Forse.
— È un problema?
Lei scuote la testa.
— No.
Pausa.
— È una crepa.
Una crepa non si sistema. Si lascia vedere.
Davide la guarda senza capire del tutto. Non serve.
Elena non la spiega.
Davide è davanti a lei. Caldo. Presente. Imperfetto.
Elena inspira.
Il respiro non è più guidato.
Poi si stacca.
— Faccio una doccia — dice.
Prende la valigia.
La trascina nel corridoio. La porta della camera si chiude.
L’appartamento resta in silenzio