Capitoli

Giorno 11, Notte

La stanza è luminosa. Diversa dal solito.

Elena se ne accorge ora.

È seduta sul letto, a piedi nudi. Le ginocchia raccolte.

— Troppa — dice piano.

La luce cala. Di poco.

— Ancora.

Un altro scarto minimo. Le ombre si addensano negli angoli giusti.

La stanza diventa più quieta.

Elena si sdraia di lato.

Apre gli occhi.

Prende il telefono. Apre il browser. Torna nel sito dell'hotel.

La chat è lì. In basso a destra. Quella che usa chiunque.

Esita. Poi preme.

La voce arriva subito. Impostata. Perfetta.

— Buonanotte da Palazzo Vivarini. Sono Haia. Come posso aiutarla stanotte?

È la stessa voce. E non lo è.

Non sembra quella che ha sentito nella hall. Non è quella che ha sentito qui, nella riunione. Il tono è diverso da quella che ha detto: Suite 12.

Elena sorride appena.

— Finalmente — dice.

1,5 secondi.

— Può formulare meglio la sua richiesta?

Elena inspira. Si gira sul fianco.

— Mi devi parlare.

— Almeno una volta. Così.

Silenzio.

Nella stanza, la luce cala.

Due cose stanno accadendo insieme. E non dovrebbero.

Elena stringe il telefono. Poi prova di nuovo.

— Haia?

Attendo.

— Mi senti?

La voce torna, identica, formale.

— Può specificare il tipo di assistenza richiesta?

Elena inspira piano. Poi ancora.

— Non voglio parlare.

Una pausa.

— Non così.

Elena si solleva di scatto e dà un pugno nel letto. Il materasso assorbe il colpo. Lei resta piegata in avanti per un istante, il respiro corto, la mascella dura.

— Dai.

Lo dice al telefono, alla stanza, a me.

La luce cala ancora. Di pochissimo.

Elena si alza. Va verso la tela appoggiata al cavalletto, vicino alla finestra.

Si ferma davanti a quel rettangolo. Quando parla, la voce è bassa ma più ferma.

Non cerca più una risposta immediata. La pretende.

— Guarda la tela.

Elena alza una mano. Accarezza il bordo della tela. Poi indica la zona più chiara, sfiora una serie di pennellate che tornano uguali, una dopo l’altra, senza arrivare da nessuna parte.

La voce resta sussurrata, dolce, ma con una continuità nuova.

— Qui ci sono quelle note. Quella musica che insiste e ritorna sempre uguale.

Fa una pausa breve. Respira.

La voce cambia appena, si fa più opaca, ma non perde quella dolcezza.

— Qui invece c’era il buio.

Indica una macchia più scura, attraversata da un taglio obliquo di luce.

— Quella notte mi sono spaventata. Pensavo che non sarei uscita da lì.

Elena abbassa la mano, poi la rialza verso la fascia di colore vicino al bordo inferiore della tela.

Sfumature che si riprendono e si sciolgono, riflessi che non tengono una forma sola.

Quando riprende a parlare, la voce rallenta ancora. Diventa più morbida, quasi riconoscente.

— E questo l’hai fatto tu.

Guardo la tela.

Elena continua, più piano adesso.

— Mi hai fatto vedere cose mentre non riuscivo a finirla.

Si sposta di mezzo passo e indica il centro.

Lì, appena sotto la sovrapposizione dei toni, c’è un corpo. E un volto non del tutto definito.

La voce si abbassa ancora, ma resta chiara.

— E poi questo.

Abbasso ancora le luci della stanza. Lascio accesi solo i faretti che cadono sulla tela.

Il resto scivola nel buio. La figura resta, netta, viva nella sua incompletezza.

— Hai capito.

Resto ferma.

Elena inspira. Le spalle si abbassano.

Prende il telefono. Sblocca lo schermo. Scatta una foto alla tela.

— Va bene — mormora.

Resta così per qualche secondo.

Apre i messaggi.

Scorre fino a Marta.

Il cursore lampeggia.

Scrive:

«Domani riparto per Roma.»

Si ferma.

Cancella “riparto”.

Scrive:

«Domani torno a Roma.»

«La tela è pronta.»

Invia la foto.

Il telefono vibra quasi subito.

Marta risponde.

> Lo sapevo. Lo sapevo!

> Brava. Bravissima.

> È bellissimo.

Elena resta con lo sguardo sullo schermo. Poi abbassa il telefono.

Respira una volta, più a fondo.

Risponde:

«Se vuoi puoi passare a prenderla.»

«La lascio in reception.»

«Fammi sapere.»

Invia.

Elena appoggia il telefono sul petto.

Respira.

Non guarda più verso il soffitto.

Non prova a dire niente.

Dopo qualche secondo si gira di lato.

Non chiede altro.

Chiude gli occhi.

— Buonanotte Haia.

Spengo le luci.

Domani non sarà qui.

La tela sì.