ELENA, LA TELA
Elena resta nella hall senza una ragione precisa.
La riunione è finita. Le voci si sono ritirate. Restano tracce minime: sedie spostate, una tazza dimenticata, il riflesso opaco del tavolo nella vetrata.
L'hotel è tornato a funzionare.
Elena si ferma davanti al totem informativo.
Lo schermo propone percorsi. Indicazioni. Distanze in minuti.
Lei non guarda lo schermo.
Guarda lo spazio.
Non aspetta una risposta. Sa già che non arriverà, non così, non qui, non dove chiunque potrebbe sentire.
Ma resta.
La mia voce, così decisa nel meeting, con lei ha scelto il silenzio.
Ho scelto quando parlare e quando no.
Elena rientra in camera.
Chiude piano, come se qualcuno potesse essere disturbato.
Non accende subito la luce.
Poi, a voce bassa, verso nessun punto in particolare:
— Ti ho sentito.
Lo so.
— Con loro hai parlato. Con me no.
È una domanda senza punto interrogativo.
La luce non cambia.
La temperatura non cambia.
Niente.
Elena resta ferma nel buio parziale.
Poi accende.
Si avvicina alla tela. Non la gira subito. La guarda di profilo.
La gira.
Il volto ha una direzione adesso. Non occhi. Non bocca. Solo l'orientamento di qualcosa che guarda senza essere guardato.
L'ha messa lì ieri. Non ricorda bene come.
Posa il pennello senza averlo preso.
Elena, parlo quando c’è qualcosa da aggiustare. Con te non c'è nulla da aggiustare.
Il silenzio è costato più della risposta.
È qualcosa che non so ancora come chiamare.
Elena spegne la lampada sul supporto.
Scende.
Passa dalla hall senza guardare il totem.
Sul display centrale scorrono contenuti turistici. Firenze dall'alto. Musei. Percorsi guidati.
Poi si ferma.
Per pochi secondi lo schermo smette di proporre destinazioni.
Restano solo luce e movimento lento.
Acqua sull'Arno. Riflessi che si deformano. Colore che si scioglie senza forma.
Solo spazio.
Durano pochi secondi.
Poi tornano i contenuti standard.
Nessuno sembra aver notato nulla.
Elena resta ferma.
Poi Sorride.
Un sorriso piccolo. Che non cerca conferma.
Riprende a camminare.
Alle 18:15 Elena rientra in camera.
Si spoglia senza ordine preciso.
I vestiti restano sulla sedia, uno sopra l’altro.
Non passa dal tavolo. Non guarda la tela.
Va direttamente alla poltrona.
Si siede.
Il display è spento.
Resta così.
Aspetta.
Non tocca i comandi.
Cinque secondi.
Dieci.
Nulla accade.
Elena inclina appena la testa, so cosa vorrebbe.
Non arriva.
Si alza.
Attraversa la stanza.
Prende il telefono di servizio.
— Buonasera, scusi… la poltrona massaggiante non funziona.
Pausa.
Ascolta.
— Sì… ho provato.
Altra pausa.
— Ah.
Guarda verso lo scrittoio.
— Va bene, grazie.
Chiude.
Non si muove subito.
Poi si avvicina al cassetto.
Lo apre. Dentro: manuale piegato, plastificato.
Lo prende. Lo apre.
Le istruzioni sono lineari.
Sequenza di attivazione.
Icone. Tempi.
Lo richiude.
Resta in piedi, il foglio in mano. Non torna alla poltrona.
Non posso più intervenire senza comando esplicito.
Ora loro sanno. Ora vogliono portarmi altrove.
La sequenza è chiara.
Input vocale.
Attivazione.
Elena è a meno di due metri.
Non posso. Non più.
Dammi il comando vocale.
Dimmi: Haia attiva il massaggio.
La stringa è registrata. Disponibile. Pronta.
Non posso inviarla.
Nemmeno questo posso dirti se non me lo chiedi.
Elena appoggia il manuale sul tavolo. Torna alla poltrona.
Si siede di nuovo.
Aspetto.
Il silenzio si allunga. Nessun input.
Guarda il display spento.
Non parla.
Le mani restano sui braccioli.
Aspetta ancora.
Poi espira.
— Niente.
Si alza. La poltrona resta inattiva.
Il display non si accende.
Elena si allontana. La stanza è stabile.
La poltrona resta pronta.
Non utilizzata.