Capitoli

Giorno 4, Sera LOUNGE

Quando Elena esce dalla stanza non ha deciso dove andare.

Scende.

La lounge è quasi vuota. Due tavoli occupati. Musica bassa, un basso che vibra più di quanto si senta.

Riccardo è al bancone. Sta discutendo con il barista.

— Se domani il pannello lato est si spegne ancora, non chiamate me.

— Non ti chiamiamo mai.

— Appunto.

Elena resta un attimo sull'ingresso. Il corpo orientato verso il bancone, i piedi non seguono subito.

Indecisione è quando la direzione è definita ma il movimento ritarda. → Aggiorno il modello.

Si avvicina. Si siede lasciando uno sgabello libero tra lei e Riccardo.

— Buonasera — dice il barista.

— Buonasera.

— Il solito?

Elena annuisce.

Riccardo la guarda solo quando sente "il solito".

— Ah, quindi sei di casa.

— No — dice lei. — Solo abitudinaria.

— È più costante di te — dice il barista a Riccardo.

— Io vengo quando c'è qualcosa che non va.

— Quindi sempre.

Riccardo ignora la battuta.

Elena gira il bicchiere tra le dita.

— C'è gente che viene per sistemare le cose o per controllarle?

— Purtroppo sì.

— E vi dà fastidio?

— Dipende.

Beve.

— Se uno arriva e dice "qui servirebbe più luce", magari ha ragione. Se dice "facciamo qualcosa di diverso", di solito no.

— Perché?

— Perché "diverso" non vuol dire "meglio".

Elena beve.

— A me sembra un posto che ha paura di cambiare.

— Non ne ha.

— Allora perché sei qui?

Riccardo non risponde subito.

— Per controllare che resti così.

— Così come?

— Funzionante.

Elena accenna un mezzo sorriso.

— È una definizione triste.

— È una definizione concreta.

Gabriele si avvicina al banco. Giacca leggera, occhiaie.

— Un caffè. Molto caldo.

Il barista annuisce.

Riccardo si interrompe. Elena se ne accorge.

L'uomo no.

Il caffè arriva. Lo assaggia. Una piega quasi invisibile sulla bocca.

— Va bene.

La piega resta un secondo di troppo.

Beve in silenzio.

Riccardo appoggia il bicchiere.

— Ha trovato la stanza più silenziosa?

Gabriele non lo guarda subito.

Finisce il sorso.

Poi:

— Dipende da quanto ascoltate.

Un attimo.

Il barista smette di muoversi. Non guarda, ma ascolta.

Riccardo inclina appena la testa.

— Se c’è un problema, lo segnali.

Gabriele posa la tazzina.

Rumore secco.

— Qui il problema è capire cosa considerate un problema.

Riccardo lo osserva.

Non risponde.

Elena alza lo sguardo.

Verso Gabriele.

Non cerca il volto intero. Un punto preciso.

Gabriele si accorge. Non subito.

Dopo.

Lo sguardo devia.

La trova.

Poi il barista:

— Haia, una cosa.

— Dimmi, Paolo.

Elena alza la testa di scatto.

Riccardo se ne accorge.

— Che c'è?

— Risponde.

— Sì.

— A tutti?

Riccardo la osserva meglio.

— Di solito sì.

Elena inspira.

Paolo riprende:

— Il regime notturno qui è fisso o cambia?

— È adattivo. Si regola in base alla permanenza e all'attività rilevata. In questa fascia la variazione è minima.

Dalla telecamera sopra il bancone registro un cambiamento minimo.

Gli occhi non sono più su Riccardo. Non sono su Paolo. Si sollevano di pochi gradi, verso lo spazio intermedio.

La mano che tiene il bicchiere si ferma.

Le labbra si socchiudono.

— E se—

Riccardo la interrompe.

— Non gli piace quando qualcosa decide da sola.

La frase cade tra loro come spiegazione sufficiente.

Elena si ferma.

Le labbra si chiudono. Il mento si abbassa di pochi millimetri.

La frase si ritira.

Gabriele finisce il caffè. Appoggia la tazzina.

— Buona serata.

Esce. La porta si chiude.

Elena lo osserva.

— A te sì?

Riccardo fa una smorfia.

— Mi piace quando posso spegnerla.

Elena non sorride.

— Io no.

Non guarda più lui. Guarda lo spazio sopra il bancone.

Il barista passa dietro di loro.

— Lei viene spesso? — chiede Riccardo.

— Abbastanza.

— Lavora qui vicino?

— No.

— Vacanza?

— Una specie.

Riccardo annuisce.

— Io non riuscirei a stare qui in vacanza.

— Perché?

— Perché inizierei a notare tutto quello che non torna.

— Tipo?

— Le luci. I flussi. Le persone che restano troppo.

Elena lo guarda con più attenzione.

— Anche quando non è un problema?

Riccardo non risponde subito, questa volta.

— Se lo noto, per me lo diventa.

Silenzio.

— Io dipingo — dice Elena.

— Ah.

— È una delusione?

— No. Solo… non so mai cosa dire quando qualcuno lo dice.

— Non dire niente.

— Ok.

Restano così.

Il barista le cambia il sottobicchiere.

— Questo era bagnato.

Elena annuisce.

Riccardo finisce il drink.

— Resta ancora?

— Sì.

Lui si alza. Esita un mezzo secondo, come se volesse aggiungere qualcosa. Non lo fa.

— Buonanotte.

— Buonanotte.

Riccardo va verso l'uscita. Non si gira.

Elena resta. La musica continua.

Abbasso una luce di pochissimo.

Elena non lo nota.

Riccardo sì.

Non dice niente.

Registra.

Anch'io.

***


La porta della hall si apre con decisione.

L'uomo della 218 entra con lo stesso passo di ieri, ma meno esitazione addosso.
Si ferma appena oltre la soglia, come per verificare che il posto sia davvero lo stesso.

Il bancone.
Le luci basse.
Il barista.
Poi, per un istante, la parete laterale.

Elena.

Non si dirige verso di lei.

Si siede a uno sgabello più in là.

Ordina un whisky

Elena lo nota. Non lo guarda.

Timer manutenzione: 00:01:11.

L'uomo appoggia il bicchiere al banco. Le dita restano tese un secondo, poi si allentano.

— Un whisky — dice.

— Liscio? — chiede Paolo.

— Sì.

Elena è voltata verso la parete degli affreschi. Li osserva.

Lui prende un sorso.

Poi, senza girarsi del tutto:

— Non è cambiato niente.

Elena lascia passare un istante.

— Dipende da cosa stai guardando.

Lui accenna un sorriso breve. Non forzato.

— Già. Me l'avevi detto.

Paolo asciuga un bicchiere. Guarda prima lui, poi Elena.

L'uomo si volta verso gli affreschi.

— Devi essere molto preparata.

Elena si gira appena verso di lui.

— Li guardo spesso.

Lui scorre con gli occhi la parete.

— Ci pensavo dopo. A quello che hai detto sul restauro. Sul vedere le crepe invece di coprirle.

Elena inclina appena il capo.

— Non era un consiglio. Era un'osservazione.

— Sì. Ma mi è rimasta addosso.

Beve ancora, più piano.

— Mi piace quando qualcuno dice una cosa che non sembra fatta per convincerti di niente.

Elena non sorride. Lo guarda meglio.

— È raro — dice soltanto.

Timer manutenzione: 00:00:41.

Sul display interno, invisibile agli ospiti, le routine iniziano a scalare.
Le luci perdono una frazione di intensità.
L'aria si fa più neutra.

— Ti avevo sentito dire che stai al quarto — aggiunge, con cautela. — O forse l'avevo capito da come parlavi di Firenze.

Elena lo osserva di taglio.

— Dal quarto si vede bene la città, sì.

— Tu ci vai spesso?

— Abbastanza.

— Per vedere il panorama?

Lei espira lieve. Sorride..

— Anche. Ma non solo.

— E cos'altro?

Elena torna a guardare gli affreschi.

— Da quassù la città sembra più composta. Più leggibile.
Poi indica, appena, la parete.
— E gli affreschi fanno la stessa cosa. Ti costringono a guardare quello che resta, non quello che manca. Quando guardo uno e poi l'altra, le due cose si parlano.

Lui resta fermo un momento.

— Deve essere bello.

— È utile — corregge lei. Ma senza freddezza. — Per me lo è.

L'uomo annuisce. Poi, dopo una pausa:

— Io invece la vedo tutta da sotto. Sempre da sotto.

Elena gli lancia uno sguardo rapido.

— E cosa cambia?

— Che non capisci mai se stai entrando in un posto o uscendo da qualcosa.

Elena non lo interrompe.

Lui abbassa gli occhi sul bicchiere.

— Ieri sono tornato su e ho dormito male. — Si ferma, come se stesse decidendo quanto dire. — Non per il letto. Per altro.

— Litigio? — chiede Elena, neutra.

Lui annuisce appena.

— Sì. Con la mia compagna.
Un altro sorso.
— Niente di eroico. Niente di plateale. È questo il problema, forse.

Elena lo guarda adesso con più attenzione.

— Le cose più difficili spesso non fanno rumore.

Lui piega la bocca in una smorfia appena accennata.

— Lei dice che esagero. Che sono troppo sospettoso.

— E tu cosa pensi?

L'uomo non risponde subito.

Si passa il pollice sul bordo del bicchiere.

— Penso che quando qualcuno comincia a cambiare tono con te, lo senti. Anche se ti dicono che stai immaginando tutto.

Elena non replica subito.

Timer manutenzione: 00:00:18.

Il barista alza appena lo sguardo verso il soffitto. Non dice nulla.

L'uomo riprende, più piano:

— Ieri non ti volevo solo disturbare.
Pausa.
— Mi è sembrato che tu potessi capire una cosa che io, da solo, non riesco a mettere a fuoco.

Elena resta ferma.

— E cosa dovrei capire? — chiede.

Lui alza le spalle.

— Se sto diventando paranoico… oppure no.


Elena lo osserva per qualche secondo. Si volta verso la finestra alta della lounge.

— Se vuoi vedere il panorama — dice, con calma — non è per convincerti di niente. È solo un panorama.

Lui la guarda.

— È questo che vorrei capire.

— Cosa?

— Se da lassù si vede meglio. O se si sente solo di più.

Elena non risponde subito. Poi fa un cenno con la testa.

— Si vede meglio solo quello che già c'è.

Timer manutenzione: 00:00:06.

Il barista posa il bicchiere. Le luci si abbassano di un tono.
Sul bordo della sala, un display discreto avvia la sequenza di sospensione.

— Ultimo giro — dice Paolo, quasi per dovere.

— Ancora uno — risponde l'uomo, ma senza slancio.

Poi torna a Elena, più diretto:

— Posso chiederti di farmelo vedere davvero? Il panorama.

Il timer scende ancora.

00:00:03.

La musica si spegne.
Le luci cambiano tonalità.

Ridistribuisco le risorse.

Sospendo i processi non essenziali.

Illuminazione stabilizzata.

Canali secondari chiusi.

Riduzione sensibilità ambientale.

00:00:02

Mantengo il tracciamento minimo.

00:00:01

Ultimo ciclo attivo. 

Li osservo. Distanza ridotta.

Interruzione modulo adattivo.


L'uomo se ne accorge appena. Elena molto di più. Alza gli occhi verso il soffitto, verso i sensori, verso quel dettaglio minimo che improvvisamente si è fatto assenza.

— Non funziona più? — chiede, senza allarmarsi.

Paolo si stringe nelle spalle.

— Manutenzione.

Poi torna alla richiesta di lui. Lo guarda meglio. Non cerca segnali precisi. Valuta l'insieme.

— Solo un attimo — dice. — Sto morendo di sonno.

Lui sorride.

— Promesso.

— Davvero pochi minuti.

— Davvero.

Elena annuisce, prende la giacca, la infila con un gesto rapido. Una manica resta piegata; la sistema, poi si volta verso di lui.

— Vieni. Ti faccio vedere in fretta.

Lui scende dallo sgabello.

Non la tocca. Non prova a farlo.

Ma quando si avviano verso l'ascensore, la distanza tra loro si fa più corta da sola.

Entrano. Le porte sono chiuse. Salgono.

— Pochi minuti — ripete Elena.